Poesie scelte di Salvatore Quasimodo

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

O conchiglia marina, figlia
della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli.

Io non ho che te cuore della mia razza

Ma come è sempre tardi per amare

Nobel per la letteratura nel 1959.

Salvatore Quasimodo (Modica, Siracusa 20 agosto 1901 – Napoli, 14 giugno 1968) nato da genitori siciliani a Modica, in provincia di Siracusa. Desideroso di diventare ingegnere, frequenta le scuole tecniche a Palermo e successivamente si iscrive al Politecnico di Roma. Inoltre, ha studiato latino e greco all’università lì. Tuttavia, per motivi economici, non riuscì a completare gli studi. Ottenne un incarico presso il Genio Civile del governo italiano e fu inviato in varie parti d’Italia. Nel 1930 fa pubblicare tre poesie sulla rivista d’avanguardia Solaria, e più tardi nello stesso anno esce il suo primo libro di versi, Acque e terre . Due anni dopo pubblica Òboe sommerso ), in cui si rivela un poeta più maturo. La “poetica della parole”, la poetica della parola, che è per Quasimodo l’unità connotativa fondamentale e pressoché illimitata, pervade il suo primo libro. Sebbene questo concetto serva ancora come base per Òboe sommerso, l’interesse principale di questa raccolta risiede nella disposizione ritmica delle parole attorno a un nucleo lirico. Sia in queste che nelle sue opere successive la Sicilia è il fattore costante e onnipresente.

Tra il 1930 e il 1938, anno in cui lasciò l’incarico di governo, conobbe molti importanti autori e pittori italiani. Nel 1938 diventa direttore del settimanale Tempo e tre anni dopo viene nominato alla cattedra di Letteratura italiana al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano.

Negli anni ’30 Quasimodo fu capofila della scuola di poesia “Ermetica”; tuttavia, con la comparsa delle sue traduzioni Lirici Greci , 1940, era evidente che la sua direzione non era più del tutto in linea con quel gruppo. In Nuove Poesie (Nuove poesie), 1942, Quasimodo rivela sia l’influenza della stilistica classica che una maggiore comprensione della vita in generale. Le sue successive traduzioni, che spaziano dai poeti greci e latini (Sofocle, Eschilo, Euripide, Ovidio, Virgilio, ecc.) a Shakespeare e Molière e agli scrittori del Novecento ( Neruda , ee cummings, Aiken, ecc.), ne rispecchiano appieno apprezzamento delle opere originali così come il suo gusto e la sensibilità moderni.

Durante la seconda guerra mondiale Quasimodo sperimentò la necessità del poeta di sentirsi tutt’uno con il popolo e di dichiararsi tale nelle sue poesie. Per lui il ruolo del poeta nella società è necessariamente attivo; dovrebbe impegnare se stesso e il suo talento nelle lotte contemporanee. Tali opinioni furono espresse per la prima volta in Giorno dopogiorno (Giorno dopo giorno), 1946, e La vita non è sogno (La vita non è un sogno), 1949.

Le opere successive di Quasimodo mostrano questo passaggio dall’individualismo alla socialità, e inoltre affermano le caratteristiche positive della vita anche in un mondo in cui la morte è una paura onnipresente. In La terra impareggiabile , 1958, Quasimodo ha cercato eloquentemente di fondere vita e letteratura; ha sviluppato un nuovo linguaggio che coincide con le nuove attività e le indagini in continua espansione dell’uomo. Alcune sue poesie e due suoi saggi critici sono apparsi in traduzione inglese in The SelectedWritings of Salvatore Quasimodo (1960); le sue poesie selezionate furono pubblicate nel 1965.

Vincitore di numerosi premi letterari – nel 1953, ad esempio, insieme a Dylan Thomas, ricevette il Premio Internazionale di Poesia Etna-Taormina -, Quasimodo muore a Napoli il 14 giugno 1968.

Isola

Di te amore m’attrista,
mia terra, se oscuri profumi
perde la sera d’aranci,
o d’oleandri, sereno,
cammina con rose il torrente
che quasi n’è tocca la foce.

Ma se torno a tue rive
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se infanzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volge,
e mi nascondo nelle perdute cose.

  • Salvatore Quasimodo

Oboe sommerso, Edizioni di Circoli, Genova, 1932 (in Tutte le poesie, Oscar Mondadori Editore, 1995)

S’ode ancora il mare

Già da più notti s’ode ancora il mare,
lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce.

Eco d’una voce chiusa nella mente
che risale dal tempo; ed anche questo
lamento assiduo di gabbiani: forse
d’uccelli delle torri, che l’aprile
sospinge verso la pianura. Già
m’eri vicina tu con quella voce;

ed io vorrei che pure a te venisse,
ora, di me un’eco di memoria,
come quel buio murmure di mare.

  • Salvatore Quasimodo

Giorno dopo giorno (Milano, Mondadori 1947)

Cavalli di luna e di vulcani

Isole che ho abitato
verdi su mari immobili.

D’alghe arse, di fossili marini
le spiagge ove corrono in amore
cavalli di luna e di vulcani.

Nel tempo delle frane
le foglie, le gru assalgono l’aria:
in lume d’alluvione splendono
cieli densi aperti agli stellati;

le colombe volano
dalle spalle nude dei fanciulli.

Qui finita è la terra:
con fatica e con sangue
mi faccio una prigione.

Per te dovrò gettarmi
ai piedi dei potenti,
addolcire il mio cuore di predone.

Ma cacciato dagli uomini,
nel fulmine di luce ancora giaccio
infante a mani aperte,
a rive d’alberi e fiumi:

ivi la latomia d’arancio greco
feconda per gli imenei dei numi.

  • Salvatore Quasimodo

da: Nuove Poesie

Lamento per il sud

La luna rossa, il vento, il tuo colore
di donna del Nord, la distesa di neve…
Il mio cuore è ormai su queste praterie,
in queste acque annuvolate dalle nebbie.
Ho dimenticato il mare, la grave
conchiglia soffiata dai pastori siciliani,
le cantilene dei carri lungo le strade
dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,
ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru
nell’aria dei verdi altipiani
per le terre e i fiumi della Lombardia.
Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh, il Sud è stanco di trascinare morti
in riva alle paludi di malaria,
è stanco di solitudine, stanco di catene,
è stanco nella sua bocca
delle bestemmie di tutte le razze
che hanno urlato morte con l’eco dei suoi pozzi,
che hanno bevuto il sangue del suo cuore.
Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,
costringono i cavalli sotto coltri di stelle,
mangiano fiori d’acacia lungo le piste
nuovamente rosse, ancora rosse, ancora rosse.
Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d’inverno
è ancora nostra, e qui ripeto a te
il mio assurdo contrappunto
di dolcezze e di furori,
un lamento d’amore senza amore.

  • Salvatore Quasimodo

da: La vita non è un sogno