Poesie di Vicente Aleixandre

Vicente Aleixandre ((Siviglia, 26 aprile 1898 – Madrid, 14 dicembre 1984), membro della generazione dei 27, poeta, avvocato, andaluso, premio Nobel per la letteratura, amico di Dámaso Alonso, di Lorca.

Vieni, vieni, morte, amore: vieni subito, ti distruggerò;
vieni, che voglio ammazzare, o amare, o morire, o darti tutto
.

Si amavano

Si amavano.
Pativano la luce, labbra azzurre nell’alba,
labbra ch’escono dalla notte dura,
labbra squarciate, sangue, sangue dove?
Si amavano in un letto battello, mezzo tra notte e luce.

Si amavano come i fiori le spine profonde,
o il giallo che sboccia in amorosa gemma,
quando girano i volti melanconicamente,
giralune che brillano nel ricevere il bacio.

Si amavano di notte, quando i cani profondi
palpitano sotterra e le valli si stirano
come arcaici dorsi a sentirsi sfiorare:
carezza, seta, mano, luna che giunge e che tocca
.

Si amavano d’amore là nel fare del giorno
e tra le dure pietre oscure della notte,
dure come son corpi gelati dalle ore,
dure come son baci di dente contro dente
.

Si amavano di giorno, spiaggia che va crescendo,
onde che su dai piedi carezzano le cosce,
corpi che si sollevano dalla terra e fluttuando…
Si amavano di giorno, sul mare, sotto il cielo
.

Mezzogiorno perfetto, si amavano sì intimi,
mare altissimo e giovane, estesa intimità,
vivente solitudine, orizzonti remoti
avvinti come corpi che solitarî cantano.

Che amano. Si amavano come la luna chiara,
come il mare che colmo aderisce a quel volto,
dolce eclisse di acqua, guancia dove fa notte
e dove rossi pesci vanno e vengono taciti.

Giorno, notte, occidenti, fare del giorno, spazî,
onde recenti, antiche, fuggitive, perpetue,
mare o terra, battello, letto, piuma, cristallo,
labbro, metallo, musica, silenzio, vegetale,
mondo, quiete, la loro forma. Perché si amavano.

Vicente Aleixandre

(Se querían, da La distruzione o amore, 1935 – Trad. Francesco Tentori Montalto)

I GIOVANI

I

Guardano alcuni, lenti.
Tranquilli, bruni, quasi minerali,
son vita, simile alla pietra, e cantano.
Canta la pietra, canta chi ha vissuto.
Ignorano i minerali tranquilli
che sia morte, e il loro bruno ardore geme in ombra.

Coloro che van lenti son giovani. Ce ne sono di tristi
giacché tristezza è giovinezza, o il bacio.
Son numerosi, come i baci, e al labbro
il sole, senza bruciarlo, si sposa.
Nelle labbra carnose vive il giorno.
La notte li attraversa: ne è le ombre.
Passano lenti e rapiscono aura.
Si fa strada la gioventù, se vuole.
Oh l’assoluta gioventù. Son molti,
son come il mare, giungono come onda.
Le loro onde giungono. Continuo un mare, senza fine, placa
la sete della sabbia o mondo. Ed essi
son acque lente ma sicure
ed amano
come la sabbia bacia chi la strugge.
Mare, il mare. Bruciò la gioventù che non ha arso.
E sulla sabbia resta l’acqua lucida.

II

Invisibili, altri son chi vive,
chi ride. Sono i corpi che trascorrono.
Li rivela la luce. Luce piena,
luce abitata. Non il raggio del sole che arde e fugge,
bensì quello che indugia nella carne
con l’uomo intero in un lucente serpere.
Tutta la vita è luce, che serpeggia
nel raggio: son le generazioni luminose
che furono ma vivono, ma esistono.
E nella luce, fatte luce, giungono
come la stessa gioventù del mond
o.

III

Altri giovani vedi. Quelli non
morti perché non nati.
Pensati solamente.
Non nella notte o idea,
nell’alba l’immagine loro
come il loro pensiero
stanno, sono. La luce
felice ancora, non toccata,
poiché
non macchia chi non nacque. Luci tutto,
supposti: oh pensiero immacolato.
Belli, come l’intatto pensiero soltanto:
un balenare
.

(Trad. Francesco Tentori Montalto)

Vicente Aleixandre

Il mare leggero

Il mare punisce il clamore degli stivali in secco
che passano senza timore di calpestare i volti
e coloro che baciandosi sopra l’arena liscia
prendon forma di valve che a due a due si chiudono.

Batte soltanto il mare come specchio,
come aria sognata,
cristallo verticale dove il deserto arido
finge l’acqua o il rumore di spade che s’incrociano.

Chiuso in un dado, il mare
scatena la sua furia o goccia prigioniera,
cuore la cui frontiera che inonderebbe il mondo
si contrae solamente col suo sorriso o limite.

Palpita il mare come il cardo
o la facilità di volarsene ai cieli,
aerea levità di ciò che nulla sostiene,
che è soltanto sospiro di un giovane petto.

Il mare o piuma innamorata,
o piuma liberata,
noncuranza graziosa,
mare o piede fugace
che cancella l’abisso fuggendo con un corpo leggero
.

Il mare o fresche palme,
che con gioia si cedono alle mani di vergini
e posano sui petti dimentiche del cupo,
gradita superficie che un vento blando increspa.

Forse il mare o la chioma,
l’ornamento,
la piuma estrema,
il fiore che oscilla in un nastro celeste
dal quale, se si stacca, volerà come polline.

da: La distruzione o amore di Vicente Aleixandre

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

Vieni sempre, vieni

Non avvicinarti.

La tua fronte, la tua infuocata fronte, la tua accesa fronte,
le impronte di certi baci,
questo bagliore che anche di giorno si vede se t’avvicini,
questo bagliore contagioso che mi rimane in mano,
questo fiume luminoso dove immergo le braccia,
dove non oso quasi bere,

per timore poi d’una vita d’ura ornai d’astro brillante.
Non voglio che tu viva in me come vive la luce,
con questo isolamento di stella che si unisce alla sua luce,
cui l’amore è negato attraverso lo spazio
duro e azzurro che separa e non unisce,
dove ogni astro inaccessibile
è una solitudine che, gemebonda, trasmette la sua tristezza.
La solitudine scintilla nel mondo senza amore.
La vita è una vivida corteccia,
una rugosa pelle immobile
dove l’uomo non può trovare il suo riposo,
per quanto scagli i suoi sogni contro un astro spento.
Ma tu non avvicinarti.

La tua fronte sfavillante,

carbone acceso che mi strappa alla stessa coscienza,
duello sfolgorante in cui di colpo provo la tentazione di morire,
di bruciarmi le labbra con il tuo contatto indelebile,
di sentirmi la carne disfarsi contro il tuo diamante rovente.
Non avvicinart
i,

perche’ il tuo bacio si prolunga come l’urto impossibile delle stelle,
come lo spazio che all’improvviso s’incendia,
etere propagante dove la distruzione dei mondi
è un unico cuore che totalmente s’infiamma.
Vieni, vieni, vien
i

come il carbone consunto e oscuro che racchiude una morte;
vieni come la notte cieca che mi avvicina il suo volto;
vieni come le due labbra segnate dal rosso,
per quella lunga linea che fonde i metalli.
vieni, vieni, amore mio; vieni, ermetica fronte, rotondità quasi movente
che brilli come un’orbita che nelle mie braccia si estingue;
vieni come due occhi o due profonde solitudini,
come due imperiosi richiami da una profondità che non conosco.
Vieni, vieni, morte, amore: vieni subito, ti distruggerò;
vieni, che voglio ammazzare, o amare, o morire, o darti tutto;
vieni, che tu rotoli come pietra lieve,
confusa come una luna che chiede i miei raggi!

Vicente Aleixandre