Henrik Nordbrandt. Poesie

Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi

a ciò che un tempo siamo partiti per trovare.

E in qualsiasi città ci fermiamo

sono le case cui è troppo tardi per tornare

i giardini in cui è troppo tardi per trascorrere una notte di luna

e le donne che è troppo tardi per amare

a tormentarci con la loro impalpabile presenza.

Henrik Nordbrandt nato il 21 marzo 1945 a Frederiksberg. Suo padre era un comandante in capo, sua madre una cand.jur.
Nel 2014 Henrik Nordbrandt è diventato membro dell’Accademia danese.

Lettera


Se un giorno ci venisse in mente di incontrarci

(cosa di cui in fondo dubito)

allora per amor di Dio scegliamo un luogo

in cui nessuno di noi e’ mai stato prima.

Una qualche isola in disparte nell’Egeo

o una spiaggia nei pressi di Alessandria.

Un posto dove i giardini notturni non ci portino

subito a vedere noi stessi

come fantasmi, dove la gente scorgendoci

non finisca subito per pensare

a chi è morto dopo il nostro ultimo incontro

e dove non compariamo nelle loro storie.

Potremmo passare la notte insieme

a bere, a parlare di nulla

e magari remare sul mare al chiaro di luna

e se non ci venisse in mente di annegarci

potremmo separarci prima dell’alba

felici, prima di essere tornati sobri.

– Se dunque esiste un posto così

(cosa di cui come ho detto dubito)

un posto in cui persino certi tardi sprazzi di sole

e i profumi di certi alberi notturni

di tanto in tanto non ci ricordino che abbiamo provato

tutto questo tante volte prima, senza successo.

Oppure lasciamo perdere l’idea di incontrarci.

  • Henrik Nordbrandt

Il nostro amore è come Bisanzio


Il nostro amore è come Bisanzio

dev’essere stata

l’ultima sera. Dev’esserci stato

immagino

un alone sui volti

di chi si affollava nelle vie

o sostava in piccoli gruppi

agli angoli delle strade e nelle piazze

e parlava a bassa voce

un alone che doveva ricordare

quello che ha il tuo volto

quando ne scosti i capelli

e mi guardi.

Immagino che non parlassero

molto, e di cose

piuttosto indifferenti,

che cercassero di parlare

e si bloccassero

senza aver detto quanto volevano

e cercassero ancora

e rinunciassero ancora

e si guardassero

e abbassassero gli occhi.

Le antichissime icone per esempio

hanno in sé quell’alone

come il bagliore di una città in fiamme

o l’alone che la morte imminente

trasmette alle foto dei morti precoci

nella memoria dei superstiti.

Quando mi volto verso di te

nel letto, ho la sensazione

di entrare in una chiesa

distrutta dalle fiamme

molto tempo fa

in cui solo il buio negli occhi delle icone

è rimasto

piene delle fiamme che le hanno cancellate.

  • Henrik Nordbrandt

Voglio possederti
Voglio possederti, devi essere mia.

Il tuo corpo, i più profondi

segreti della tua anima

devono essere mia proprietà.

Non devi avere un capello

non un dente

non un singolo angolo buio

nei tuoi pensieri

che non mi appartenga.

Come potrei altrimenti

venderti

per mucchi di argento e oro

preziose pietre

e ogni possibile genere di lusso?

O chissà?

Magari solo un bicchiere di vino

una notte con una puttana

un pugno di perle di vetro colorate

o un povero coltello

col manico di corda.

Come potrei altrimenti sapere

cosa significa perderti?

In che modo

misurare la tua assenza?

Perderti devo comunque.

Ogni giorno ti perdo un po’.

Nei mercati d’Oriente

voglio incettare cose come quelle

per cui avrei potuto venderti

piccole cose

che mi ricorderanno gli invisibili sonagli

che i tuoi movimenti sempre

fanno echeggiare nell’aria

e un enorme torrente di seta

come il punto

in cui il tuo collo incontra le spalle.

E se improvvisamente un giorno

casualmente ti incontrassi

ti regalerei ogni cosa.

  • Henrik Nordbrandt