“A Pummici” La pomice di Lipari.

La pietra pomice è un prodotto naturale; i suoi giacimenti di tipo primario derivano da eruzioni vulcaniche effusive acide, la massa è costituita prevalentemente da silice, con disciolti vari ossidi metallici (alluminio, titanio, ferro, manganese e altri).

Per centinaia di anni “A Pummici“, la Pomice, ha rappresentato il Pane per l”isola di Lipari e i suoi abitanti

L’estrazione e il commercio di questa pietra vulcanica vengono per la prima volta annotate in maniera formale il 18 maggio 1276 quando re Carlo d’Angiò autorizza il vescovo di Lipari (sin dal tempo della dominazione normanna signore delle Eolie) a esportare e commerciare oltre allo zolfo e all’allume anche la pomice. (Wikipedia)

I pontili dello stabilimento della pomice.

da: narraredistoria.com Il borgo liparoto di Canneto, al tempo del 1200 chiamato Baia della Calandra, essendo poco distante dalla zona estrattiva principale si sviluppa fortemente sotto la spinta dei cavatori e trasportatori che assieme ai pescatori vivevano già in loco, tanto che nel 1596 viene fondata dal vescovo Juan Pedro González de Mendoza una piccola chiesetta dedicata a San Cristoforo (diventata poi basilica romana minore nei secoli successivi) noto al tempo come il protettore dei portatori e facchini. La chiesetta, fulcro della vita della borgata, inizialmente era anche utilizzata come riparo dagli attacchi dei pirati barbareschi che trovavano un buon punto di sbarco in quella zona per depredare proprio la risorsa mineraria tanto apprezzata anche all’estero.

I Cavatori della pomice

Il Lavoratori della pomice alla fermata dell’autobus

L’intero versante settentrionale dell’isola di Lipari è una immensa cava di pomice, parte a cielo aperto e parte solcata da centinaia di anguste gallerie. Vi lavorano un migliaio di operai. Nelle giornate ventose, una compatta nuvola bianca di polvere insidiosa avvolge il fianco del monte. Gli operai devono lasciare il lavoro: una giornata senza salario nel ristretto bilancio di un anno di fatica mal ripagato. Nei mesi estivi, quando il sole saetta implacabile, lavorare lassù è pauroso. La roccia libera un calore intollerabile, la polvere cocente soffoca, la sete tortura e i meno forti cedono. Un capogiro, uno sforzo maldestro per muovere sulla liscia parete le gambe impiombate di stanchezza, e la voragine si spalanca sotto gli ignari, che – storditi dall’insolazione – hanno già perduto conoscenza ancor prima di iniziare il volo di trecento metri verso l’abisso d’ombra…(Il giornalista Francesco Rosso, 1961). Le cavr di pomice sono state chiuse nel 2007. Per saperne di più. https://narraredistoria.com/2020/05/03/storia-la-pomice-di-lipari-storia-di-unindustria-forse-finita

Oppure potete leggere i libri dello storico Eoliano Pino La Greca

LA STORIA DELLA POMICE DI LIPARI (3 volumi)

Li ricordo con nostalgia i tempi in cui da ragazzino andavo a “Porticello” (zona a nord dell’isola di Lipari) a fare il “Contabile” per un giorno, ci davano 10.000 mila lire e una macchinetta a mano per contare i sacchi che venivano caricati sui camioncini e da lì poi, sulle navi. Ogni sacco di pomice pesava 50 Kg. ed era decisamente un lavoro duro ma oltre alla pesantezza del lavoro, c’era da fare i conti con la polvere, intorno allo stabilimento pomicifero nei giorni lavorativi c’era sempre sopra ed intorno un nuvolone di polvere di pomice che in quegli stabilimenti veniva macinata in vari pezzi di diverse misure “U’ rupiddu” lo chiamavano. Con i blocchi di pomice (a Canneto esisteva la “Blocchiera” dove fabricavano appunto: i blocchi) una volta ci costruivano le case).

Arrivavano navi da tutto il mondo, ricordo che una volta c’era una nave americana e facemmo uno scambio coi marinai: scambiammo Malvasia con stecche di sigaretta e cioccolata).

Ho scritto una poesia per i lavoratori della pomice:

Arrivò un bastimentu e s’avi a caricari.
tutta a iurnata amu a travagghiari sutta a stu suli,
a vardari i morti da pummici abballari ‘ntà l’aria.
Senza mancu parlari pirchì si parli
a pulviri ti llà manciari.
Ogni saccu centu liri,
facimu prestu ca navi
s’innavi a ghiri.

Luciano Mondello

Si ringrazia per le foto: Claudio Merlino

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